Dal territorio al banco: a Bolgheri il cocktail incontra chi produce
Bars in the Field BOLGHERI GREEN apertura
Al Bolgheri Green, Bars in the Field ha riunito bartender, produttori e materie prime locali in una giornata dedicata alla miscelazione di territorio. Un’occasione di confronto per valorizzare le filiere agricole e costruire nuove collaborazioni tra i professionisti della mixology

Il cocktail “del territorio” funziona davvero quando non si ferma alla scelta di un ingrediente locale, ma racconta anche chi lo coltiva, come viene trasformato e quale storia porta con sé. Unisce poi sotto uno stesso tetto produttori di liquori, coltivatori diretti, bartender e clienti curiosi. È questo il filo che ha guidato Bars in the Field, la giornata ospitata domenica 27 settembre al Bolgheri Green a Castagneto Carducci (Livorno). A ideare e organizzare l’evento è stato Lorenzo Ghironi, bar manager di Bolgheri Green, con l’obiettivo di cominciare a costruire una comunità unita tra i bartender della costa Toscana e creare occasioni d’incontro con guest di altre città, come Marella Batkovic (bartender, ma nell’occasione brand ambassador per Santoni), arrivata da Genova, e Diego Melorio del Quanto Basta di Lecce. La giornata è stata così un momento di confronto professionale oltre che un’occasione per dare visibilità alle materie prime locali e far nascere collaborazioni capaci di proseguire nel tempo.

Gli incontri nel bicchiere

Nei bicchieri si sono incontrati spirits, frutta, erbe aromatiche e ingredienti agricoli, con lavorazioni che hanno cercato di conservarne carattere e stagionalità. L’obiettivo era mettere in relazione cocktail bar e filiere del territorio, mostrando come il lavoro con i produttori possa diventare una risorsa concreta per le drink list e per il servizio. La pesca è stata il punto di partenza di Marco Puccini, di Carbonifera di Piombino. Grigliata sul fuoco — elemento centrale anche nella cucina di Bolgheri Green — ha dato vita a un twist sul Pornstar Martini: al posto del passion fruit, la pesca; al posto del rum caraibico, Din’s Senior (un gin prodotto a Bolgheri e invecchiato in botti di rovere). Un modo per far dialogare la miscelazione da spiaggia con quella che Puccini definisce «l’elegante ruralità» del luogo.

Anche Foglie, il cocktail presentato da Marco Notari del Sal8 Bar Agricolo di San Vincenzo, nasce da un contatto diretto con la campagna. «Nasce letteralmente da una breve passeggiata all’interno della nostra azienda agricola», racconta Notari: lì vengono raccolte foglie di fico, verbena e melissa, poi frullate con acqua per ottenere un cordial da abbinare al gin. La semplicità della preparazione lascia spazio alla materia prima e al suo ritmo: raccogliere ciò che è disponibile, valorizzare anche parti meno consuete della pianta e costruire un drink che resti leggibile per il cliente.

Per Elia Greco di Strafichi di Cecina, il bicchiere doveva offrire «un sorso di campagna fresca». Il suo CAMPIfizz combina vodka lavorata a bassa temperatura con fieno di campo, Din’s al rosmarino, sciroppo d’origano, limone e soda all’alloro. Il risultato cerca il profilo della macchia mediterranea mantenendo una beva immediata: un esempio di come una ricetta possa tradurre suggestioni rurali senza perdere equilibrio e accessibilità.

Simone Quercioli, di Sketch di Livorno, ha scelto invece un sour costruito attorno a due prodotti del territorio: Din’s Senior, per dare spinta alcolica e una nota riconoscibile, e Yerbito, prodotto a Firenze, che porta «una delicata nota erbacea». Per Quercioli, la giornata è stata anche un’occasione per conoscere meglio i cocktail bar della zona. Da questi incontri, racconta, potranno nascere collaborazioni e guest durante l’anno, per far conoscere ai clienti nuove realtà e nuovi approcci alla miscelazione.

Una rete di persone e competenze

La dimensione di community è emersa anche nel bilancio di Diego Melorio, di Quanto Basta a Lecce, abituato a partecipare a eventi dedicati all’incontro tra bartender. Per lui questa prima edizione è stata «un’ottima partenza, ben organizzata e coinvolgente». Guardando alla prossima, propone di valutare un numero più contenuto di bar partecipanti oppure una formula su due giornate: due possibilità per dare più risonanza all’iniziativa e più spazio a ogni guest. Il valore di Bars in the Field sta così nel tenere insieme il racconto e la pratica: la provenienza degli ingredienti, il dialogo con chi li produce, la gestione della stagionalità e la possibilità di trasformare un incontro in una collaborazione continuativa. Perché il territorio, nel cocktail, non è soltanto una nota aromatica: è una rete di persone e competenze che può continuare a lavorare anche dopo la fine dell’evento.

L’articolo Dal territorio al banco: a Bolgheri il cocktail incontra chi produce è un contenuto originale di bargiornale.

A Berlino l’ospitalità italiana si è seduta allo stesso tavolo
Bar Convent berlin 2026 apertura
Al Bar Convent Berlin, Bargiornale ha riunito alcuni protagonisti dell’hospitality e del beverage italiano per un confronto sul futuro dell’accoglienza. Un incontro che ha messo al centro le persone, le relazioni e la necessità di rafforzare il dialogo tra chi produce e chi ospita. Intanto BCB, che ha celebrato vent’anni di attività, prepara una svolta per il 2027

Ci sono incontri in cui le cose più interessanti non accadono necessariamente sul palco. A volte basta guardare chi si è seduto in platea. E ascoltare le domande che arrivano quando gli interventi sono terminati. È successo a Berlino, durante l’Executive Lunch organizzato da Bargiornale il 13 ottobre nell’ambito di Bar Convent Berlin. Il titolo, The Italian Art of Hospitality: From Grand Hotels to the World’s Best Bars, prometteva un confronto sul modello italiano dell’accoglienza. Ma attorno a quei tavoli è accaduto qualcosa che merita una riflessione più ampia.

A dialogare c’erano Lorenzo Querci del Moebius di Milano e Tommaso Ondeggia del Castello di Casole, A Belmond Hotel. Davanti a loro, tra gli ospiti, alcuni nomi di primo piano dell’industria italiana del beverage: Micaela Pallini (Pallini), Leonardo Vena (Lucano), Antonella Nonino (Nonino), Stefano Santoni, accompagnato dall’icona della miscelazione internazionale Simone Caporale (Santoni L’Aperitivo), Roberto Bava (Cocchi) e Federico Cassini (Disaronno Group). Non semplici spettatori. Le loro domande hanno animato il confronto successivo alla tavola rotonda, trasformando un incontro dedicato all’ospitalità in un’occasione di dialogo tra due mondi che si conoscono bene, ma che forse non si ascoltano ancora abbastanza. Da una parte chi produce. Dall’altra chi accoglie. In mezzo, un mercato che cambia e una convinzione: oggi, più che mai, il futuro di entrambi passa dalla capacità di parlarsi.

L’ospitalità non si insegna soltanto. Si pratica

Che cosa rende riconoscibile l’ospitalità italiana? La domanda sembra semplice, almeno finché non si prova a rispondere senza ricorrere ai soliti luoghi comuni sul calore, il sorriso e la convivialità. Lorenzo Querci, che al Moebius ha costruito un progetto capace di far convivere cocktail bar, ristorazione e intrattenimento, parte da un concetto preciso: la naturalezza. «Il vero punto di forza dell’ospitalità italiana è la sua naturalezza e genuinità. In Italia abbiamo una cultura dell’accoglienza profondamente radicata nella nostra quotidianità, che va ben oltre il servizio in senso stretto. Il bar, il ristorante, la piazza sono da sempre luoghi di incontro e socialità, prima ancora che luoghi di consumo».

Non si tratta, precisa Querci, di rivendicare una presunta superiorità del modello italiano. Al contrario, c’è ancora molto da imparare dalle esperienze internazionali, soprattutto in termini di organizzazione, precisione e innovazione. La vera opportunità consiste nel far convivere queste qualità con la spontaneità che appartiene alla nostra cultura.

Tommaso Ondeggia arriva alla stessa conclusione percorrendo una strada diversa, quella della grande hôtellerie. Al Castello di Casole, A Belmond Hotel l’ospitalità si misura anche nei dettagli apparentemente insignificanti. Ricordare il vino apprezzato da un ospite la sera precedente. Sapere quale tavolo preferisce al tramonto. Accoglierlo con il suo Martini preparato esattamente come piace a lui, senza costringerlo a ripetere ogni volta le proprie preferenze.

«L’ospitalità italiana nasce dalla capacità di osservazione, dall’intuizione e da un autentico senso di connessione umana. Non si tratta tanto di erogare un servizio, quanto piuttosto di far sentire l’ospite, in quel preciso momento, parte di qualcosa».

In fondo, la differenza tra servizio e ospitalità potrebbe stare tutta qui. Il primo risponde a una richiesta. La seconda, quando funziona davvero, riesce qualche volta ad anticiparla. E soprattutto fa sentire una persona riconosciuta, non semplicemente servita.

Un cocktail può diventare il motivo di un viaggio

C’è poi un aspetto che riguarda direttamente l’evoluzione dei modelli di business. Per anni, negli alberghi, il bar è stato considerato un servizio complementare al soggiorno. Un luogo nel quale prendere un caffè, aspettare qualcuno o concedersi un drink prima di cena. Oggi le cose stanno cambiando. «Nel corso della mia carriera, mi è capitato spesso di accogliere clienti che prenotavano una camera in hotel proprio per concedersi il piacere di assaporare il nostro Signature Negroni», racconta Ondeggia.

Non è soltanto un aneddoto curioso. È la dimostrazione che un bar, attraverso la qualità dell’offerta e dell’accoglienza, può diventare una destinazione autonoma, capace di contribuire alla reputazione e all’attrattività di un’intera struttura alberghiera. «Quando un cocktail, un’atmosfera o il servizio diventano un motivo per scegliere un hotel, il bar smette di essere un semplice servizio aggiuntivo e diventa una destinazione a sé».

Qualcosa di simile, pur partendo da un modello differente, accade al Moebius. Querci non ha immaginato un cocktail bar al quale aggiungere un ristorante e un programma musicale. Ha progettato un luogo nel quale esperienze diverse potessero contaminarsi, offrendo al cliente la libertà di viverlo in modi differenti.

Si può entrare per un aperitivo, fermarsi a cena e ritrovarsi ad ascoltare musica fino a tarda sera. Dietro questa apparente semplicità si nasconde una gestione complessa, che richiede di coordinare professionalità, sensibilità e ritmi di lavoro differenti, mantenendo un’identità riconoscibile. È una delle trasformazioni più interessanti dell’ospitalità contemporanea: i confini tra bar, ristorazione, intrattenimento e hotellerie diventano sempre meno rigidi. E l’esperienza complessiva acquista un peso crescente rispetto alla singola occasione di consumo. Ma Querci mette in guardia da un possibile equivoco.

«Un cocktail può essere tecnicamente perfetto, ma quello che rimane davvero nella memoria di una persona è molto spesso come si è sentita in quel luogo, con chi ha condiviso quel momento e quali emozioni ha vissuto». La tecnica, dunque, rimane fondamentale. A patto di ricordarsi che è uno strumento, non il fine.

Quella prima fila che racconta qualcosa di più

Torniamo ai tavoli dell’Executive Lunch. Perché la presenza dei produttori italiani rappresenta forse il segnale più interessante dell’intera esperienza berlinese. Non è un mistero che i rapporti tra aziende e operatori dell’ospitalità siano storicamente costruiti attorno a dinamiche commerciali. Il produttore presenta i propri prodotti, il distributore li propone, il professionista li sceglie e li utilizza. È un rapporto naturale, indispensabile, ma non necessariamente sufficiente.

Un’azienda può conoscere perfettamente il mercato attraverso numeri, quote, volumi e tendenze. E tuttavia trovare nell’incontro diretto con chi lavora ogni giorno dietro un banco, nella sala di un ristorante o nella lobby di un grande albergo informazioni e sensibilità che nessuna analisi riesce a restituire completamente. Vale anche il contrario. Per un professionista dell’ospitalità, conoscere da vicino le persone, le storie e le visioni che stanno dietro a un prodotto significa disporre di strumenti nuovi per interpretarlo, raccontarlo e valorizzarlo. È su questo terreno che hospitality industry e food & beverage industry possono trovare un punto di incontro più solido. La partecipazione di Pallini, Lucano, Nonino, Santoni L’Aperitivo, Cocchi e Disaronno Group non è stata dunque soltanto una presenza prestigiosa. È stata l’occasione per mettere allo stesso tavolo esperienze, responsabilità e prospettive differenti. E in una fase nella quale le imprese si confrontano con consumi in evoluzione, costi crescenti, nuovi comportamenti dei clienti e una competizione sempre più articolata, coltivare questo confronto diventa una necessità.

Sono maturi i tempi per aprire un dialogo più stretto, continuativo e a tu per tu tra i protagonisti dell’ospitalità e quelli dell’industria del beverage. Non soltanto attraverso presentazioni commerciali o appuntamenti istituzionali. Ma creando occasioni nelle quali discutere di mercato, modelli di business, aspettative dei consumatori, innovazione e futuro delle rispettive attività. Rafforzare questo legame significa offrire a entrambe le industrie una possibilità in più per distinguersi e crescere. A Berlino abbiamo posato un primo mattone. Ora il progetto è continuare a costruire.

BCB compie vent’anni. E guarda già al futuro

Che il mercato stia attraversando una fase di cambiamento lo racconta anche il bilancio del Bar Convent Berlin 2026, che ha celebrato il ventesimo anniversario con circa 11.000 visitatori professionali provenienti da 94 Paesi e oltre 400 espositori. Dal 12 al 14 ottobre, la manifestazione organizzata da RX ha riunito a Berlino produttori, distributori, bartender e operatori internazionali. Sullo sfondo, uno scenario economico impegnativo, segnato dall’aumento dei costi operativi, dal cambiamento delle abitudini di consumo e dall’incertezza normativa e fiscale. Accanto alle difficoltà, tuttavia, sono emersi segnali di vitalità: nuove generazioni di professionisti, una crescente presenza femminile e modelli di bar che privilegiano il gusto, l’accessibilità e l’autenticità dell’esperienza rispetto alle convenzioni.

A cambiare è stato anche il programma Educational. La nuova filosofia Heads, Hearts & Tails ha organizzato la formazione attorno a tre dimensioni complementari: innovazione e creatività, attenzione alle persone e alla cultura del lavoro, competenze pratiche per la gestione quotidiana dei locali. Un approccio che ha trovato una delle sue espressioni nella BCB Embassy, lo spazio che ha riunito il palco principale dell’Education e un bar internazionale affidato al team del FOCO di Barcellona, con un’offerta orientata anche al mondo No & Low. L’obiettivo era rendere la formazione più accessibile, partecipativa e vicina alle esigenze dei professionisti. «La formazione va ben oltre la semplice condivisione di conoscenze o l’insegnamento di competenze», ha osservato Priyankah Blah, direttrice dell’Education di BCB. Significa anche riunire le persone, mettere in discussione le proprie convinzioni e imparare dalle esperienze reciproche. Un messaggio che sembra fare eco, quasi involontariamente, a quanto emerso durante l’Executive Lunch di Bargiornale.

E il cambiamento continuerà. BCB ha infatti annunciato che l’edizione 2027 si svolgerà il 4 e 5 ottobre, passando da tre a due giornate, con un’impostazione maggiormente orientata al business. Più attenzione agli hosted buyer, un Business Hub dedicato, networking qualificato e contenuti formativi selezionati. Non una rinuncia alla dimensione culturale della manifestazione, ma il tentativo di renderla ancora più funzionale alle esigenze di un’industria che deve fare i conti con nuove priorità. In altre parole, meno dispersione e più occasioni per incontrarsi davvero.

Il primo mattone

C’è una riflessione di Tommaso Ondeggia, emersa durante il confronto berlinese, che merita di accompagnarci fuori dai padiglioni della fiera. Quando incontriamo uno sconosciuto, osserva, compiamo un piccolo atto di fiducia. Non sappiamo chi abbiamo davanti, eppure siamo disposti ad aprire una conversazione, ad ascoltare e magari a costruire una relazione. «L’ospitalità non dipende dalle dimensioni della struttura, ma dalla qualità delle relazioni che sappiamo creare». Vale per il grande albergo e per il piccolo bar indipendente. Ma vale anche per un intero settore economico. Perché nessuna impresa, per quanto importante, può permettersi di guardare al futuro senza confrontarsi con chi quel futuro contribuisce a costruirlo ogni giorno.

L’Executive Lunch di Berlino ha rappresentato per Bargiornale l’inizio di un percorso che vogliamo sviluppare e rafforzare: creare occasioni di confronto diretto tra i protagonisti della hospitality industry e della food & beverage industry, mettendo in relazione esperienze, competenze e visioni. Con la convinzione che, in una fase di profonda evoluzione del mercato, conoscersi meglio possa diventare una delle condizioni per crescere insieme. Perché i prodotti si possono comprare. Le competenze si possono imparare. Le relazioni, invece, bisogna costruirle. E per cominciare, qualche volta, basta sedersi allo stesso tavolo.

L’articolo A Berlino l’ospitalità italiana si è seduta allo stesso tavolo è un contenuto originale di bargiornale.

Campari Bartender Competition 2026: cronaca, ricette e commenti dalla semifinale
Campari Bartender Competition 2026 finalisti
Mattia Trezza, Giangiacomo Bistolfi e Simone Covan conquistano la finale del 10 gennaio 2027 a Milano. Alle spalle oltre 1.600 candidature, venti selezioni regionali e una semifinale che ha messo alla prova tecnica, creatività e conoscenza di sette grandi classici a base di Campari

Un errore trasformato in opportunità, il design racchiuso in un cubo e un piatto della tradizione toscana diventato cocktail. Sono le tre storie dietro i drink che accompagneranno Mattia Trezza del Ceresio 7 di Milano, Giangiacomo Bistolfi del Langosteria Ally’s Bar di Milano e Simone Covan del Fede Cocktail Lab di Firenze alla finalissima della Campari Bartender Competition 2026, in programma domenica 10 gennaio 2027 a Milano. I tre bartender hanno conquistato il pass per l’ultimo atto della competizione al termine della semifinale del 21 ottobre, ospitata alla Galleria Campari di Sesto San Giovanni (Mi). Una giornata tutt’altro che semplice, nella quale i dieci concorrenti rimasti in gara hanno dovuto dimostrare di conoscere i cocktail, oltre che saperli inventare.

Sette cocktail, una prova al buio

Prima di raccontare la propria idea di miscelazione, i semifinalisti hanno dovuto affrontare una prova di blind tasting particolarmente impegnativa: riconoscere almeno cinque cocktail su sette, affidandosi esclusivamente ai propri sensi. E non si trattava di sette drink qualsiasi, ma di altrettanti classici della miscelazione: Negroni, Cardinale, Boulevardier, Old Pal, Jamaican Negroni, Rosita e Mi-To.

Una prova di cultura del bere, prima ancora che di abilità degustativa. Perché conoscere una ricetta è una cosa, riconoscerla nel bicchiere senza sapere che cosa si sta assaggiando è tutt’altra faccenda. Soprattutto quando gli ingredienti condividono profili aromatici e sfumature gustative. Superato l’esame dei sensi, spazio alla creatività, alle tecniche e soprattutto alle storie personali. Il filo conduttore è quello dell’edizione 2026, The Red Soul of Your Region, un invito a raccontare le proprie radici e il territorio attraverso il carattere inconfondibile di Campari.

Tre storie, tre modi di interpretare il rosso Campari

Per Mattia Trezza, bartender del Ceresio 7 di Milano, il cocktail Beyond The Red rappresenta qualcosa di più di una ricetta: è una piccola lezione di vita. «È un drink che vuole parlare di un errore, perché anche sbagliare è importante», racconta. Il riferimento è alla precedente semifinale, quando la competizione si era fermata proprio a Milano. «La città mi ha insegnato a non guardare soltanto il traguardo e a non smettere mai di camminare». Un messaggio che acquista un significato particolare alla luce della sua qualificazione.

Cambia completamente registro Giangiacomo Bistolfi, del Langosteria Ally’s Bar di Milano, che con Rosso3 ha scelto di omaggiare il design milanese. La forma del cubo diventa protagonista del servizio, dal bicchiere alla guarnizione, fino al ghiaccio. «Volevo giocare anche sull’esperienza del cliente, che può toccare il bicchiere e scoprirne la forma». Un cocktail pensato per incuriosire ancora prima dell’assaggio, tra suggestioni artistiche e richiami agli oggetti che hanno fatto la storia del design.

La terza strada porta direttamente in cucina, precisamente in Toscana. Simone Covan, del Fede Cocktail Lab di Firenze, ha trasformato la pappa al pomodoro in un’inaspettata interpretazione del Cardinale. Il risultato è La Pappa del Cardinale, dove trovano posto pomodoro, basilico e persino il profumo della crosta di pane. «Ho voluto trasformare la pappa al pomodoro in una versione liquida, capace di suscitare un’emozione e richiamare sapori familiari». Un drink che riassume la sua filosofia di miscelazione, nella quale la gastronomia occupa un ruolo centrale.

Dalle 1.600 candidature ai magnifici tre

Il risultato delle semifinali è il punto di arrivo di un lungo percorso di selezione. La dodicesima edizione della Campari Bartender Competition ha raccolto oltre 1.600 candidature online, sviluppandosi poi attraverso 20 tappe regionali. Da queste sono usciti 20 campioni regionali, ai quali si sono aggiunti i 10 migliori bartender della classifica nazionale. I trenta concorrenti hanno quindi affrontato la Bar Experience, una fase di selezione nella quale sono stati valutati direttamente nei propri locali, durante il servizio, su ospitalità, creatività, improvvisazione e qualità dei cocktail.

Soltanto dieci hanno raggiunto la semifinale milanese: Antonio Aumenta, Giangiacomo Bistolfi, Nakia Bruno, Simone Covan, Riccardo Fosso, Marco Giovani, Cosimo Neri, Luca Salvioli, Mattia Trezza e Francesco Vocaturo. A valutare le prove una giuria composta da professionisti della miscelazione, della formazione e del mondo Campari: Anna Cracco, Gaia Lorenzi, Tommaso Cecca, Giovanni Vecchio, Michele Garofalo, Nicola Scarnera e Marianna Di Leo. Il ruolo di giudice tecnico è stato affidato a Riccardo Pennacchia.

Il verdetto al Moebius. Ora si guarda alla finale

La proclamazione dei tre finalisti è avvenuta al Moebius di Milano, uno dei locali più celebrati della scena internazionale, fresco del secondo posto nella classifica The World’s 50 Best Bars 2026 e del riconoscimento come miglior bar d’Europa (leggi The 50 Best Bars 2026: Moebius secondo, Bar Leone conferma il primo posto). Una cornice particolarmente significativa per l’ultimo verdetto prima della finalissima. L’appuntamento è ora fissato per domenica 10 gennaio 2027, a Milano, quando Trezza, Bistolfi e Covan si contenderanno il titolo di Campari Bartender of the Year 2026, attualmente detenuto da Marco Masiero. Tre bartender, tre visioni della miscelazione e un solo titolo da assegnare. Per scoprire chi avrà l’ultima parola bisognerà aspettare gennaio.

La parola ai bartender

Le idee, i luoghi e i ricordi che hanno ispirato i cocktail dei dieci semifinalisti della Campari Bartender Competition 2026

Antonio Aumenta, Lux Food&Spirits, Sala Consilina (Sa)
«L’ispirazione del mio drink nasce dall’interpretazione della territorialità attraverso un’altra parola: resistenza. Per me resistere non significa rimanere fermi sulle proprie idee, ma sapersi adattare, evolvere e trovare una nuova strada senza dimenticare da dove si viene. Da questo concetto nasce Vespro, il nome del mio cocktail. Il vespro è il momento della giornata in cui la luce comincia a calare, lasciando spazio alla notte»

Giangiacomo Bistolfi, Langosteria Ally’s Bar, Milano (finalista Campari Bartender Competition 2026)
«Il mio drink si chiama Rosso al Cubo ed è ispirato al design milanese attraverso quattro riferimenti: il Posacenere di Munari, la Radio Cubo, Ago, Filo e Nodo e, più in generale, il design della città. Ho giocato sulle ripetizioni del rosso e della forma cubica: tre volte rosso e tre volte cubo. Il cocktail è servito in un bicchiere a forma di cubo, con una garnish e un ghiaccio cubici. Anche l’esperienza del cliente è importante: può toccare il bicchiere, scoprirne la forma e vivere un’esperienza insolita. Visto da un altro tavolo, il drink incuriosisce proprio per il suo aspetto strano e innovativo»

Nakia Bruno, Black Sheep, Bolzano
«Per questa Campari Bartender Competition ho presentato una variante del drink delle audizioni, a base di Campari, vermouth, frutti rossi, yogurt e soda alla mela rossa. L’ispirazione arriva da una merenda altoatesina, come quella che avrei potuto fare da una nonna qui, ma che non ho mai vissuto perché ho trascorso la mia infanzia altrove. Ho immaginato una merenda fatta di crostata, yogurt e succo di mela»

Simone Covan, Fede Cocktail Lab, Firenze (finalista Campari Bartender Competition 2026)
«L’ispirazione del mio drink nasce dalla passione per il buon cibo. Nel mio lavoro e nella mia filosofia di miscelazione la gastronomia ha sempre un ruolo importante, soprattutto quando si tratta di piatti tipici italiani e della tradizione toscana. Ho reinterpretato il Cardinale ispirandomi alla pappa al pomodoro, piatto fiorentino preparato con pane raffermo, pomodoro, basilico e aglio. Ho voluto trasformarlo in una pappa al pomodoro liquida, capace di suscitare un’emozione e richiamare sapori familiari: il Campari, il pomodoro e la crosta di pane»

Riccardo Fosso, Balagan, Roma
«L’ispirazione del mio drink nasce dal Lazio. Ho voluto utilizzare ingredienti provenienti da tutta la regione, senza soffermarmi su una sola città: il vino di Piglio, il peperone di Pontecorvo e il melograno di Gaeta. Li ho uniti per raccontare una storia che termina a Roma, davanti alla Fontana di Trevi»

Marco Giovani, Eclettica Lab, La Spezia
«Il mio drink e il suo concept racchiudono la Liguria. Rappresentano una trasformazione, un percorso nel quale ho deciso di creare legami. Siamo passati dalle radici, il tema del mio primo drink in questa competition, ai legami con la bar industry. Da qui anche il filo rosso che ho usato in gara»

Cosimo Neri, Salotto Negroni 1919, Certaldo (Fi)
«Fuori Rotta è il nome del mio drink: un viaggio attraverso i sapori e le emozioni della Toscana. Tocchiamo il mare, la collina e la montagna, con Campari al centro del racconto. Un elemento particolare che ho voluto portare all’attenzione è la storia delle fontane Campari, poco conosciuta. Credo sia giusto restituire valore a queste opere monumentali»

Luca Salvioli, GAIA Bar, MUSA Lago di Como, Sala Comacina (Co)
«Ho portato un drink che è un twist sul Campari Shakerato, un cocktail a cui sono molto legato. Ho cercato di creare un incontro tra Campari e il Lago di Como attraverso ingredienti capaci di rappresentare il territorio, soprattutto quelli di colore rosso»

Mattia Trezza, Ceresio 7, Milano (finalista Campari Bartender Competition 2026)
«Ho portato Beyond Red, ovvero Oltre il rosso, un drink che vuole parlare di un errore, perché anche sbagliare è importante. Milano me lo ha insegnato un anno fa, durante la mia precedente semifinale, quando mi ha chiuso una porta in faccia. Ma è importante rialzarsi: Milano insegna a non guardare soltanto il traguardo e a non smettere mai di camminare»

Francesco Vocaturo, Blackshed, Cosenza
«Ho voluto rappresentare il territorio calabrese attraverso Campari e due ingredienti: il lampone coltivato in Sila e la rosa canina, un arbusto che cresce spontaneamente sull’altopiano silano, con cui ho realizzato una soda. È un drink fresco, sodato, preparato con tecnica build, nel quale ho cercato di combinare il carattere bitter del Campari con la componente fruttata del lampone e quella tannica della rosa canina»

Dentro il bicchiere: le 10 ricette della Campari Bartender Competition 2026

Dal design milanese alla pappa al pomodoro, passando per i sapori e le tradizioni regionali. Dieci cocktail, dieci interpretazioni del territorio con Campari protagonista. Ecco ingredienti, preparazioni e guarnizioni delle creazioni presentate dai semifinalisti della Campari Bartender Competition 2026

Comacina di Luca Savioli
Ingredienti:
40 ml Campari, 40 ml cordiale Comacina (riber rosso dell’Alto Lago, bucce di mela rossa della Valtellina, gelso rosso, foglie di gelso essiccate, zucchero, acqua e acido tartarico, acido citrico), 5 ml Amaro Braulio, 3 gocce Maraschino
Preparazione:
shake & double strain
Bicchiere:
Coppa Martini Savage

Fuori Rotta di Cosimo Neri
Ingredienti:
45 ml Campari, 10 ml China Clementi, 20 m Occhio di Pernice, 60 ml soda salata (elicriso, mirto, aghi di pino marittimo, E124)
Preparazione:
stir
Guarnizione:
zest di arancia
Bicchiere:
tumbler basso

Beyond The Red di Mattia Trezza
Ingredienti:
40 ml Campari, 30 ml Vermouth-style analcolico di rabarbaro, zafferano e botaniche, 3 gocce soluzione salina, 40 ml Franciacorta chiarificato al cocco, riso e ibisco
Preparazione:
stir
Guarnizione:
Foglio di riso allo zafferano e liquirizia
Bicchiere:
calice

The Soul Is Red di Francesco Vocaturo
Ingredienti:
50 ml Campari, 35 ml nettare di lampone, 10 m soda alla rosa canina
Preparazione:
build
Guarnizione:
cialda di lampone
Bicchiere:
highball

Desiderio di Riccardo Fosso
Ingredienti:
45 ml Campari, 35 ml vino rosso Cesanese del Piglio, 15 ml sciroppo di peperone arrostito di Pontecorvo, estratto di melagrana di Gaeta
Preparazione:
stir & strain
Guarnizione:
moneta commestibile
Bicchiere:
tumbler basso

Oma di Nakia Bruno
Ingredienti:
45 ml Campari, Vermouth di Torino Classico, lamponi, fragole, 30 ml yogurt
Preparazione:
stir & strain
Guarnizione:
lamponi
Bicchiere:
Bar/Giani Highball Glass

Rosso3 di Giangiacomo Bistolfi
Ingredienti:
60 ml Campari, 25 ml Nebbiolo di nuova generazione valtellinese, 20 ml Barrel Aged Cherry Prince Alfonso, 10 ml distillato di vinacce e osmanto
Preparazione:
stir & strain
Guarnizione:
cubo di osmanto
Bicchiere:
bicchiere cubo

Vespro di Antonio Aumenta
Ingredienti:
40 ml Campari, 22,5 ml fake vermouth al Crodino Rosso homemade (Miraval Rosé Côte de Provence, Crodino Arancia Rossa, Grand Marnier, vodka), 25 ml cordiale di melagrana e fiori di ibisco homemade
Preparazione:
stir & strain
Guarnizione:
disco di pelle di frutta e profumo di arancia
Bicchiere:
calice Roxy Bar Punch

Sgroppino Sbagliato di Marco Giovani
Ingredienti:
40 ml Campari, 60 ml vino di melograno alla brace homemade, sfera di sorbetto di pomodoro e basilico rosso homemade,
Preparazione:
stir & strain
Guarnizione:
arancia grattugiata
Bicchiere:
coppa vintage

La Pappa del Cardinale di Simone Covan
Ingredienti:
30 ml Campari, 25 ml Gin Bulldog alla pomarola toscana chiarificata, 15 ml Vermouth del Professore al pomodoro secco, 3 dash bitter al pane e basilico rosso, gocce di olio evo toscano al basilico, essenza di crosta di pane
Preparazione:
stir & strain
Guarnizione:
sale nero e gelée di pappa al pomodoro
Bicchiere:
coppa Martini

L’articolo Campari Bartender Competition 2026: cronaca, ricette e commenti dalla semifinale è un contenuto originale di bargiornale.

J.Rose presenta Message in a Bottle, il regalo che parla con la tua voce
J.Rose Message in a Bottle
Affida alla bottiglia J.Rose una dedica, un video o entrambi. Chi la riceve potrà scoprirli con un semplice tocco dello smartphone

Un grande distillato merita un’esperienza che inizi dal primo sguardo e si sveli completamente nel gusto. È da questa visione che nasce Message in a Bottle, il progetto con cui J.Rose unisce l’eccellenza e la qualità artigianale delle sue bottiglie alla tecnologia Nfc. Un connubio perfetto in cui l’arte del made in Italy racchiude e racconta un contenuto d’autore ineguagliabile.

Il servizio è un’opzione aggiuntiva, richiedibile al momento dell’acquisto presso il rivenditore oppure on line, che consente di personalizzare qualsiasi bottiglia J.Rose attraverso contenuti digitali. Le bottiglie predisposte per questa esperienza saranno riconoscibili grazie a un apposito bollino identificativo.

Sotto la superficie dell’etichetta è integrato un piccolo tag Nfc invisibile, che permette di accedere ai contenuti senza alterare l’estetica della bottiglia. Non servono codici Qr né applicazioni da scaricare: basta avvicinare lo smartphone all’etichetta per attivare l’esperienza.

La tua voce in bottiglia

Chi sceglie il servizio può associare alla bottiglia un messaggio scritto, un video personalizzato della durata massima di un minuto o entrambi. Per tutelare la riservatezza, i contenuti possono essere protetti da password. Il destinatario potrà così leggere la dedica e guardare il video direttamente dal proprio smartphone, ritrovando anche la voce di chi ha scelto di fargli un regalo speciale.

La soluzione può essere integrata non soltanto sull’intera linea London Dry Gin J.Rose ma anche su La7Vidas Tequila e Sangue Amaro, offrendo nuove opportunità di personalizzazione per tutte le referenze.

Message in a Bottle amplia inoltre le possibilità di utilizzo della bottiglia nel tempo. Grazie alla sua identità estetica e alla possibilità di custodire un ricordo digitale, questa diventa ancor di più un oggetto da custodire e da collezionare, capace di unire valore decorativo e personale. Perché un regalo firmato J.Rose può lasciare qualcosa in più: un pensiero, un ricordo, la voce di chi lo ha scelto.

L’articolo J.Rose presenta Message in a Bottle, il regalo che parla con la tua voce è un contenuto originale di bargiornale.

Coca-Cola festeggia i 100 anni del Napoli con una collezione limited edition
Coca-Cola Napoli
Le otto lattine della collezione ripercorrono i primi 100 anni di storia del Club, dalla fondazione agli scudetti, da Maradona alla rinascita. Un’iniziativa che rafforza la collaborazione tra il marchio e la Ssc Napoli

Coca-Cola si veste di azzurro. Lo fa per celebrare i 100 anni del Napoli: un traguardo che il marchio ha deciso di festeggiare con una collezione in edizione limitata di 8 lattine, distribuite in Campania e disponibili fino a marzo del prossimo anno. Un’iniziativa che rientra nella collaborazione tra le due realtà, che vede Coca-Cola come global soft drink partner e global training kit partner fino alla stagione 2027/28 della Ssc Napoli.

La serie Coca-Cola Ssc Napoli Edition, questo il nome della collezione, si compone di otto design originali, sviluppati attorno ai momenti e ai simboli che hanno segnato la storia della squadra. La prima lattina è dedicata alle Origini e riporta il 1926, l’anno di fondazione del club, e il claim “Pe’ cient’anne”, espressione di augurio dialettale con la quale si augura lunga vita.

Quattro lattine celebrano invece i quattro Scudetti vinti, nel 1987, 1990, 2023 e 2025. Un’altra è dedicata e rende omaggio a Diego Armando Maradona, figura entrata nella storia della città e del calcio mondiale: al centro della creazione c’è il numero 10, icona universale di talento, passione e devozione.

Completano la collezione la lattina dedicata all’Era della Rinascita, accompagnata dal messaggio “Forza Napoli Sempre”, e l’altra dedicata al Centenario, che interpreta i cento anni del club come una celebrazione collettiva: non solo un anniversario sportivo, ma il racconto di una comunità, della sua cultura e della sua capacità di continuare a ispirare nuove generazioni.

Accanto alla otto lattine, inoltre, la collezione per il canale horeca comprende anche due bottiglie in vetro (formato 33 cl) celebrative, una con grafica dedicata a Maradona e l’altra al Centenario.

«Con la Coca Cola Ssc Napoli Edition abbiamo voluto celebrare la capacità di una comunità di riconoscersi in una storia comune e continuare a scriverla ogni giorno – ha commentato Paola Donelli, marketing director di Coca-Cola Italia -. Questa collezione per noi rappresenta un modo concreto per rinnovare il legame con il territorio campano e rendere omaggio a una delle tifoserie più appassionate al mondo, trasformando cento anni di emozioni in qualcosa da ricordare, condividere e collezionare».

L’articolo Coca-Cola festeggia i 100 anni del Napoli con una collezione limited edition è un contenuto originale di bargiornale.