Quel che si dice un bagno di spirito
Tiepolo Lounge Terrace View
Al Rome Cavalieri il Tiepolo Lounge continua a raccontare l’arte nel bicchiere con la drink list firmata da Angelo Severini, cocktail curator scomparso ad aprile: otto drink ispirati alla collezione privata dell’hotel, da Tiepolo a Warhol. Tra un sorso e l’altro, un aperitivo che viaggia tra le regioni e la voce di Anthony Jaffa al piano bar

Dicono che il nuoto sia uno degli sport più meditativi, quasi zen. Sott’acqua i pensieri si rischiarano. Una bracciata, una virata, l’aria buttata fuori, la testa che riemerge a riprenderla. Il mondo sopra la superficie perde volume e finalmente puoi ripensare a quello che hai vissuto. Nel mio caso, alla degustazione della sera prima: sei cocktail e due mocktail studiati ad arte. E stavolta «ad arte» non è la solita manfrina.

A bordo piscina, al Rome Cavalieri, un custode delle acque in divisa candida, testa rasata e corporatura presa in prestito da una statua dello Stadio dei Marmi, sorveglia questo singolare bagno di spirito. Lui controlla che io rimanga a galla. Io cerco di mettere in ordine i bicchieri nella memoria.

Per capirci qualcosa bisogna tornare alla sera precedente, al Tiepolo Lounge & Terrace del Rome Cavalieri, A Waldorf Astoria Hotel. E soprattutto a un nome: Angelo Severini.

L’eredità di Angelo Severini

Il cocktail curator è scomparso ad aprile. La sua firma è ancora sul menu di The Art Collection, la drink list che mette in relazione la miscelazione con le opere della collezione privata dell’albergo. «Non l’abbiamo tolto, perché la cocktail list è sua», dice Ilaria Carini, operations manager. Una frase semplice, che tiene insieme il riconoscimento professionale e qualcosa di molto meno facile da sistemare.

«Ci ha lasciato un po’ orfani», racconta. Quando era arrivata al Cavalieri, un paio d’anni prima, Severini l’aveva colpita subito: «Mamma mia, questo barman è pazzesco!». Le dispiace, e le fa ancora rabbia, non avere avuto abbastanza tempo per lavorare con lui. Nel frattempo, però, Angelo aveva costruito qualcosa che continua a muoversi, preparare, accogliere. Una squadra. Ilaria li chiama affettuosamente i “Tiepolo Boys”, poi nella conversazione spuntano anche le “Tiepolo Ladies”. Dietro quella firma ci sono persone che mandano avanti il servizio.

Esistono professionisti così. Li conoscono benissimo i clienti, i colleghi, quelli che tornano e si siedono al banco. Fuori, magari, il loro nome circola meno di quanto dovrebbe. Ilaria lo spiega parlando di talenti che non cercano necessariamente l’esposizione mediatica. Stanno bene nel proprio mondo. Purché quel mondo funzioni come dicono loro.

Con Daniel Mantin, food & drink manager, sta lavorando proprio su questo: far conoscere il Tiepolo per quello che vale. «Quello che abbiamo fatto negli ultimi due anni non è stato creare questo bar», precisa. «È stato semplicemente allineare la comunicazione esterna al valore intrinseco del bar».

Una carta ispirata alle opere d’arte

Il materiale, qui, abbonda. Il Cavalieri custodisce oltre mille opere tra dipinti, sculture, arazzi e arredi. Il trittico di Giambattista Tiepolo dà il nome al lounge. Intorno ci sono secoli di lavoro, denaro, ossessioni e bellezza. Roba davanti alla quale verrebbe spontaneo abbassare la voce. Poi arriva qualcuno a chiederti cosa bevi, e ti senti subito meglio.

Severini ha preso questo patrimonio e ne ha fatto una carta da consultare al tavolo. Otto drink, sei cocktail e due analcolici, tutti a 25 euro ciascuno: altrettante possibilità di entrare nella collezione attraverso un gesto quotidiano.

Il Tiepolo rende omaggio al maestro veneziano e alla sua luce. A…Dollar porta nel percorso Andy Warhol e la pop art, cambiando secolo e linguaggio. La Venere richiama la bellezza classica; Il Vizio introduce il riferimento alla natura. Già i nomi fanno muovere lo sguardo: dal bicchiere alla sala, dalla sala di nuovo al bicchiere. Il rischio, con operazioni del genere, è che la spiegazione diventi più ingombrante della bevuta. Qui la conversazione torna volentieri a questioni concrete. Il freddo, per esempio.

Durante la degustazione ci soffermiamo sul bicchiere ghiacciato. Sembra una piccola cosa, finché non manca. Puoi discutere a lungo di una ricetta, ma se il contenitore arriva alla temperatura sbagliata il primo sorso ti presenta il conto. Sono quelle basi del mestiere che resistono a qualsiasi cambio di vocabolario.

Le tre nuove creazioni

Tra le tre nuove creazioni della collezione c’è Liquid Gold: vodka Altamura, Chartreuse gialla, Fino Marismeño Romate e bitter all’arancia. L’ispirazione è l’oro che impreziosisce le opere e gli ambienti dell’hotel. Nel bicchiere il tema si traduce nell’incontro tra vodka, componente erbacea, sherry e agrume. Un riferimento prezioso affidato a una costruzione precisa.

Con Emperor’s Choice si passa agli arazzi di Beauvais della serie L’Histoire de l’Empereur de Chine. Il titolo significa “la scelta dell’imperatore”; la composizione riunisce tequila Espolòn Blanco, bitter Mazzetti, sciroppo d’agave, soda al pompelmo rosa e sale Maldon. L’imperatore, a giudicare dagli ingredienti, ha una certa inclinazione per l’aperitivo. Il racconto degli arazzi trova una traduzione contemporanea nella combinazione di agave, agrume, amaro e sale.

A completare gli otto ci sono due analcolici. Giuditta 0% riprende il personaggio che dà il nome al drink, mentre il nuovo Vermeil 0% guarda all’argento dorato. Sabatini 0%, sciroppo di zucchero, soluzione acida e cedrata Tassoni ne compongono la ricetta. Anche senza alcol, il riferimento artistico conserva il proprio posto nel percorso. Stessa carta, stessa attenzione.

Un aperitivo che viaggia tra le regioni

Intanto arriva un’alzatina e il Nord Italia si presenta in formato boccone. Un crostino di baccalà mantecato, uno con i fegatini, un frollino con gorgonzola e polvere di cacao. Daniel spiega che la cucina ha una preparazione dedicata all’aperitivo e che le proposte cambiano. Si viaggia tra le regioni, con soste abbastanza brevi da lasciare spazio al sorso successivo. Il suggerimento è di cominciare dal baccalà, proseguire con i fegatini e chiudere sul gorgonzola.

Il Tiepolo vive anche di queste abitudini. Dei romani che arrivano dalla spa, di chi viene a lavorare, di chi torna per l’aperitivo. Ilaria osserva che, per assurdo, il bar è quasi più conosciuto in America che a Roma. Eppure, la clientela romana conta parecchio: quando ad agosto parte, la sua assenza si sente. Un albergo può avere ospiti da ogni continente e sentire lo stesso la mancanza dei vicini.

La musica e la voce di Anthony Jaffa

Poi c’è la musica. «Al Tiepolo l’arte non è intesa solo come pittura», dice Daniel. Il pomeriggio ha il suono dell’arpa, che accompagna il tè, gli scones, i dolci della pasticceria e il maritozzo con la panna. La sera arrivano pianoforte e voce.

Anthony Jaffa

D’inverno dentro, d’estate sulla terrazza, con jazz, bossa nova e un repertorio che abita il posto senza impedire alle persone di parlarsi. Ed è qui che entra Jaffa.

Anthony Jaffa suona e canta. I nostri anfitrioni lo presentano come un’istituzione, con quella familiarità riservata a chi ormai appartiene alla casa. Nella conversazione salta fuori anche The Voice, dove ha cantato Shake a Tail Feather di Ray Charles. E viene voglia di aprire un altro capitolo: quello dei musicisti d’albergo, delle vite passate a pochi metri dai tavoli, dei personaggi che tutti riconoscono e dei quali quasi nessuno domanda la storia.

Jaffa è uno di loro. Sei arrivato per i cocktail, hai parlato di un barman che ha lasciato il segno, e alla fine ti ritrovi con la curiosità di sapere tutto dell’uomo al pianoforte. Promesso, torneremo sul punto. La prossima volta, Jaffa, le domande toccano a te.

The Art Collection Cocktails

Tiepolo
Gin Sartoriale TXLII, pompelmo rosa, miele millefiori, olio essenziale di rosmarino, albume.

A… Dollar

Vodka Absolut Andy Warhol edizione limitata, succo di limone, albume, liquore alla vaniglia, Angostura all’arancia e un pizzico di Pop Art

Liquid Gold
Vodka Altamura, Chartreuse gialla, Fino Marismeño Romate, bitter all’arancia.

La Venere
Valdobbiadene, liquore all’albicocca Briottet, Calvados, sciroppo di zucchero, olio essenziale di arancia amara.

Emperor’s Choice
Tequila Espolòn Blanco, bitter Mazzetti, sciroppo d’agave, soda al pompelmo rosa, sale Maldon.

Il Vizio

Rum bianco Bacardi, liquore alle erbe Chartreuse, succo di limone, sciroppo di cocco, purea di ananas.

Giuditta 0%

Succo di mango, succo di ananas, sciroppo al frutto della passione, ginger ale.

Vermeil 0%
Gin Sabatini 0%, sciroppo di zucchero, soluzione acida, cedrata Tassoni.

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Ciambelle, krapfen e graffè: così il bar italiano reinventa la colazione
La Linea Fritti San Giorgio intercetta l’incontro tra tradizione dolciaria italiana e contaminazione dei gusti internazionali, e lo traduce in una gamma pensata per ogni momento della giornata, dalla colazione al coffee break

Nel mondo bar, intercettare nuovi gusti e occasioni di consumo può trasformare un semplice buffet o coffee corner in un’esperienza memorabile. In Italia cresce infatti l’interesse per prodotti da forno ispirati alle tradizioni gastronomiche internazionali, con ciambelle, donuts e krapfen sempre più presenti nelle proposte di bar, caffetterie e strutture alberghiere.

È in questo scenario che si inserisce la Linea Fritti San Giorgio, una selezione pensata per il mondo bar che combina ricette della tradizione italiana e processi produttivi studiati per garantire freschezza, morbidezza e costanza della qualità. Una proposta versatile per arricchire buffet, coffee corner e momenti di pausa, rispondendo alla crescente richiesta di prodotti golosi, riconoscibili e facili da inserire nell’offerta.

Una gamma pensata per ogni momento della giornata

Krapfen, ciambelle, graffè e bonfrì accompagnano diversi momenti della giornata: dal risveglio con un cappuccino alla pausa di metà mattina con un espresso, fino al brunch, abbinati a cioccolate calde o cappuccini freddi. I formati mini permettono di arricchire buffet e coffee corner con maggiore varietà, riducendo gli sprechi e offrendo più possibilità di scelta. I formati classici, invece, sono ideali per il servizio al banco e per una proposta dolce semplice e riconoscibile.

La differenza si vede nei dettagli

La frittura in olio di girasole garantisce una doratura uniforme e una consistenza fragrante, senza appesantire il prodotto. L’assenza di olio di palma e la selezione di ingredienti provenienti da filiere locali contribuiscono a valorizzare il gusto e la qualità delle ricette.

A completare la proposta, i blister salva-freschezza 100% riciclabili aiutano a preservare morbidezza e freschezza dell’impasto e delle farciture. Soluzioni pensate per il mondo bar, dove qualità del prodotto, praticità di servizio e attenzione alla sostenibilità diventano elementi sempre più importanti nella scelta dell’offerta.

Un’opportunità per bar, hotel e pasticcerie

Per gli operatori del mondo bar, ampliare l’offerta con la Linea Fritti San Giorgio significa intercettare un pubblico sempre più attento a novità, praticità e gratificazione, creando nuove occasioni di consumo e di upselling al banco, nei buffet e nei coffee corner.

San Giorgio interpreta così un trend internazionale attraverso una proposta pensata per il mercato italiano: prodotti golosi e riconoscibili, capaci di portare varietà nell’offerta quotidiana senza rinunciare al gusto autentico della tradizione pasticcera italiana. Un modo semplice per trasformare ogni pausa in un momento di piacere, a partire dal primo sguardo.

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The 50: pubblicata la lista dei 51-100, quattro sono italiani
Europe's 50 Best Bars apertura
Quali sono i bar italiani che possono sperare ancora di salire sul palco dei migliori 50 il prossimo 7 ottobre a Milano? Le nostre previsioni, incrociando le classifiche

Mancano solo due settimane all’atteso appuntamento con la classifica The 50, (nuova e più sintetica denominazione dei The World’s 50 Best Bars) che si terrà a Milano il 7 ottobre, e già qualche spoiler lo possiamo fare, incrociando le posizioni dal 51 al 100 dei migliori bar del mondo 2026, pubblicate ieri, e la classifica Europe rivelata lo scorso luglio: quali sono i bar italiani che mancano all’appello? E che possibilità concrete hanno di salire sul palco della cerimonia di premiazione della 18ª edizione, per la prima volta su suolo italiano? La graduatoria estesa, sponsorizzata da Perrier, rivela la presenza di quattro locali italiani fra i migliori 100 al mondo.

Quattro i bar italiani nella Top 51-100: a Roma troviamo Freni e Frizioni (n.62, che scende di quattro posizioni rispetto allo scorso anno); a Firenze si fa notare Gucci Giardino, che raggiunge il n.91, migliorando la performance del 2025, che lo vedeva al 99° posto; ancora a Roma con Drink Kong, che scende clamorosamente al n.92 dalla 40ma posizione; analogo discorso per il 1930 di Milano che dal 43° posto dell’anno scorso scende al 94. Da notare, inoltre, l’assenza del Jerry Thomas Speakeasy, che per diversi anni ha militato nei primi cento locali del mondo.

Ci siamo tuttavia domandati chi manca all’appello, alla luce della lista Europe, che per la prima volta quest’anno aveva rivelato al pubblico i migliori bar del continente. Fra questi, nove erano gli italiani, con il Rita al 49mo posto che difficilmente potrà salire nel novero dei migliori 50, poi altri quattro li abbiamo trovati in questo elenco 51-100: chi sono gli altri che hanno buone possibilità di salire sul palco alla cerimonia di Milano? Facciamo come la 50 Best, elencandoli in ordine decrescente, da quello con meno possibilità a quello su cui piazzeremmo una scommessa sicura: al 28° posto in Europa c’è L’Antiquario di Napoli, che nel 2025 è arrivato 63° a livello mondiale, quindi ha buone possibilità di migliorare la sua posizione in classifica (segnaliamo però che al 22° c’era il 1930, già emerso nella lista dei 51-100 del 2026); e ancora, da Firenze si fa notare Locale, che è al 21° posto in Europa e che l’anno scorso è stato al n.22 nel mondo; non presente nella lista global del 2025, torna a farsi notare in Europa il Camparino in Galleria di Milano, che aveva raggiunto la posizione n.18; infine, tutte le speranze sono riposte nel Moebius, che a livello europeo è in posizione n.6 e che l’anno scorso era stato decretato miglior bar d’Italia, conquistando il settimo posto nella classifica globale. Riuscirà la squadra di Lorenzo Querci a conquistare il podio, proprio nell’anno in cui finale si gioca in casa, a Milano?

Nel frattempo, qualche numero riguardante la classifica 51-100: sono 34 le città presenti nella lista 51-100, con 13 new entry distribuite tra Africa, Europa, Asia, Nord America e Oceania. Gli Stati Uniti si confermano il Paese più rappresentato con cinque insegne, mentre è l’Europa a guidare il quadro regionale con 18 bar. Come ha detto Faye Huggett, Director of Community for The 50 Best Bars (la sua intervista su come funziona la classifica qui), «La classifica 51-100 è diventata una parte vitale del programma di The 50 Best Bars, permettendoci di riconoscere una gamma più ampia di locali eccezionali in tutto il mondo e incoraggiando al contempo gli amanti dei cocktail a scoprire nuove destinazioni ed esperienze. Celebra la diversità, l’innovazione e l’energia che definiscono la scena globale dei bar di oggi, accendendo i riflettori su realtà che offrono costantemente drink eccezionali e un’ospitalità di livello mondiale».

 

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Dolce come il miele, antico come un cocktail: quando le api arrivano al bar
miele in miscelazione 1
A EurBee, congresso internazionale di apidologia, tra ricerche sulla salute degli alveari e biodiversità, Fulvio Piccinino ha portato in scena Canchanchara e De Riguer: due cocktail storici che raccontano il legame, antico e oggi riscoperto, tra miele e miscelazione

Un congresso scientifico internazionale dedicato alle api, decine di laboratori, ricercatori arrivati da diversi Paesi, apicoltori e associazioni riuniti per confrontarsi sulle ultime ricerche e sulle sfide che riguardano il mondo dell’apicoltura. E, alla sera, due cocktail storici in cui il miele torna a fare quello che per secoli ha fatto anche dietro al bancone: dolcificare, certo, ma soprattutto raccontare una storia.

È successo a EurBee 2026, congresso di apidologia, organizzato dal Crea (Centro di Ricerca Agricoltura e Ambiente) dell’Università di Bologna con Tecniche Nuove, casa editrice di Bargiornale, svoltosi a Bologna. Un appuntamento che ha riunito studiosi, apicoltori e operatori del settore provenienti da tutto il mondo per parlare di api, salute degli alveari, biodiversità, sostenibilità degli agroecosistemi nuove frontiere dell’apidologia. Un appuntamento quindi molto lontano, almeno apparentemente, dal mondo della miscelazione.

Ed è proprio qui che entra in scena Fulvio Piccinino, professionista di lunga esperienza, inventore di Saperbere.com e animatore di Esperienza Vermouth, impegnato da anni tra formazione, ricerca storica sulla miscelazione e sugli spirit e divulgazione. Tra le sue tante passioni ci sono anche le api: a Moncrivello, nel Vercellese, vicino a casa, ha creato il Giardino delle Api, un museo vivente dell’apicoltura dove alleva le sue api e coltiva le piante che fanno parte del loro ambiente.

Per l’occasione ha scelto di raccontare il rapporto tra miele e cocktail attraverso due ricette storiche: il Canchanchara, considerato il più antico cocktail di Cuba e precursore del Daiquiri, e il De Riguer, cocktail citato anche da Elvezio Grassi nel Mille misture del 1936.

Due drink costruiti attorno a pochi ingredienti, ma capaci di aprire una finestra sulla storia del bere miscelato e, soprattutto, sul ruolo che il miele ha avuto nella nostra cultura gastronomica e del bere.

Una dolce storia

«Il miele è stato usato tanto in passato per una ragione molto concreta – racconta Piccinino -: in periodi nei quali lo zucchero era difficile da reperire o sottoposto a razionamento, ne diventava una naturale alternativa, come durante l’autarchia, nella seconda metà degli anni Trenta, la politica economica adottata dal regime fascista per rispondere alle sanzioni imposte all’Italia a seguito dell’invasione dell’Etiopia».

Nella sua ricerca storica Piccinino ha trovato numerose testimonianze di questo utilizzo. Anche la letteratura gastronomica degli anni Trenta dedica spazio al miele, mentre nei manuali della cosiddetta “perfetta massaia” di inizio Novecento l’apicoltura rientrava in una sorta di modello di autosufficienza domestica, insieme all’allevamento delle galline e alla bachicoltura. «Era un ingrediente quotidiano, legato anche alla necessità racconta -: il dolcificante dei poveri, mentre lo zucchero era quello dei ricchi, e proprio per questo torna ciclicamente in auge nei momenti di crisi».

Anche nel bere miscelato il meccanismo è evidente. Nei cocktail storici il miele veniva spesso utilizzato sostanzialmente come sostituto dello zucchero: whiskey, limone e miele; gin, limone e miele. Una logica molto vicina a quella dei Sour, senza però quella ricerca aromatica sul miele che oggi può interessare particolarmente il bartender.

Due cocktail dal passato

Il primo drink scelto da Piccinino è il Canchanchara, considerato il più antico cocktail di Cuba e spesso indicato come precursore del Daiquiri, e la cui origine viene collocata durante la Guerra dei Dieci Anni (1868-1878), il primo tentativo cubano di indipendenza dalla Spagna. La testimonianza più antica risale al 13 novembre 1872, quando il New York Herald raccontava come i soldati si consolassero con “acqua calda” addolcita con miele, espressione che, secondo gli storici Anistatia Miller e Jared Brown, sarebbe la traduzione letterale di agua ardiente, come veniva chiamato il rum non invecchiato. Il cocktail ha preso il nome dalla fiaschetta di pelle dove i soldati conservavano la miscela, che serviva a scaldarsi, darsi coraggio e prevenire le infezioni respiratorie nelle foreste cubane.

«La sua formula è rum bianco cubano o invecchiato tre anni, succo di lime fresco e miele – spiega – Ho scelto quello di coriandolo, perché ha un ricordo di cocco e una nota che richiama la caramella mou, e trovo che si sposi molto bene con la parte più tropicale del rum e con l’acidità dell’agrume».

Whisky, succo di pompelmo e miele la ricetta dell’altro protagonista della serata, il De Riguer, che compare per la prima volta nel Buckstone Book of Cocktails di Robert Buckby e George Stone, probabilmente edito a Londra nel 1925, e nell’Here’s How di Judge Jr. del 1927, pubblicato in piena epoca di Proibizionismo americano e che troviamo citato anche nel lavoro di Elvezio Grassi. Una formula di successo, confermato dalla presenza nel Savoy Cocktail Book (1930) di Harry Craddock e dal fatto che compare ancora nel 1967 nel Cocktails and Mixed Drinks di Charles Tuck, capo barman del Piccadilly Hotel di Londra.

«Qui ho puntato su un miele di girasole – spiega Piccinino –: ricorda la confettura di pesca, e quella nota fruttata dialoga bene con il pompelmo, ammorbidendo al tempo stesso la parte più spigolosa del whisky».

Quel tocco in più

Dalle due ricette, il discorso si allarga naturalmente a come il miele possa essere usato oggi dietro al bancone. «Ha centinaia di sostanze aromatiche disciolte al suo interno ed è questo che lo rende interessante per chi lavora in miscelazione – spiega Piccinino –: non è solo un dolcificante, può aggiungere un delicato elemento aromatico, che varia a seconda del tipo di miele che si utilizza». Un miele di castagno ha ricordi amari, quello di acacia è quasi neutro, quello di fiori d’arancio ricorda le scorzette di agrume candite.

Con un’avvertenza. «Resta un coadiuvante e la sua funzione è di arricchire – spiega -. Per questo lavora bene in ricette semplici, con pochi ingredienti, dove il suo apporto può essere valorizzato, mentre in quelle complesse il suo peso specifico si riduce.

Quanto agli abbinamenti, guardando sia alla tradizione sia alla propria esperienza, i distillati d’elezione restano whisky e rum. «Non a caso i grandi liquori al miele della tradizione, dal Ron y Miel delle Canarie al Drambuie scozzese nascono proprio dall’incontro tra miele e distillati di canna da zucchero o di cereali – racconta Piccinino -. Funziona bene anche con gin, grappa, ma è con whisky e rum che, storicamente e nel gusto, il legame è più solido».

Un legame che, ricorda Piccinino, non appartiene solo al passato: dal Bee’s Knees ai più recenti Penicillin e Gold Rush a tutta l’esperienza newyorkese di Sasha Petraske al Milk & Honey, il miele è tornato protagonista anche nella miscelazione contemporanea. Complice anche un momento storico in cui lo zucchero raffinato è sotto accusa e gli edulcoranti non convincono, mentre un ingrediente naturale come il miele intercetta sensibilità nuove.

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Torna Bar Convent Berlin. E l’ospitalità italiana sarà protagonista
Bar Convent Berlin 2026
Dal 12 al 14 ottobre torna a Berlino BCB, che festeggia 20 anni tra formazione, nuovi format e tendenze della bar industry. Tra gli appuntamenti dell’edizione 2026, un Executive Lunch porterà al centro della scena internazionale l’arte italiana dell’ospitalità

Tutto pronto per l’edizione 2026 di BCB – Bar Convent Berlin, il salone internazionale dedicato all’industria del bar e del beverage, in programma dal 12 al 14 ottobre negli spazi dell’Exhibition Centre Berlin. Un appuntamento che quest’anno celebra i 20 anni e che si conferma uno dei principali meeting point internazionali per la bar industry, riunendo nella capitale tedesca professionisti, aziende e operatori da tutto il mondo.

Accanto alla parte espositiva, BCB dedica un ruolo sempre più centrale alla formazione, con un programma che punta sul confronto e sull’interazione attraverso panel, workshop, incontri con i brand e degustazioni (qui il programma). A curarlo è il BCB Education Board, guidato da Priyanka Blah, direttrice della formazione di BCB, insieme a Eleni Nikoloulia, Maria Gorbatschova e Damien Guichard.

Tra i temi al centro della nuova edizione ci sono l’evoluzione dell’hospitality, il futuro della professione, le nuove generazioni e il movimento Low & No, sempre più rilevante nel mondo del beverage. Proprio a questo segmento sarà dedicata una nuova area espositiva, mentre il programma formativo sarà ospitato nell’inedito Embassy Stage, che sostituisce il tradizionale Main Stage con un format più aperto e orientato al dialogo tra relatori e pubblico.

L’ospitalità italiana protagonista

Grande protagonista l’arte italiana dell’ospitalità: Bar Convent Berlin per la prima volta nella sua storia ha affidato a un magazine italiano il suo esclusivo Executive Lunch. L’appuntamento, curato da Bargiornale, è in programma martedì 13 ottobre, dalle 12 alle 14, e porterà davanti a una platea internazionale selezionata esperienze e visioni capaci di raccontare il valore della nostra cultura dell’accoglienza.

L’incontro, dal titolo The Italian Art of Hospitality: From Grand Hotels to the World’s Best Bars, sarà moderto da Stefano Nincevich, vicedirettore di Bargiornale e Ristoranti di Bargiornale, affiancato da due protagonisti italiani di rilievo internazionale: Tommaso Ondeggia del Castello di Casole, A Belmond Hotel, premiato come Hotel dell’anno ai Barawards 2025, e Lorenzo Querci del Moebius di Milano, realtà che unisce ristorazione stellata e un bar ai vertici dei World’s 50 Best Bars.

Al centro del confronto, il rapporto tra ospitalità, bar e cucina, con particolare attenzione al ruolo del food nell’esperienza del cliente, agli abbinamenti con il beverage italiano e alle opportunità che una proposta integrata può offrire ai locali.

L’Executive Lunch riunirà circa 30 professionisti internazionali, tra rappresentanti di bar di primo piano, aziende e decision maker del programma Hosted Buyer, in un formato pensato per favorire confronto e networking.

Le novità negli spazi del BCB

Il rinnovamento dell’edizione 2026 passa anche dagli spazi, con format pensati per rendere l’esperienza fieristica più tematica e immersiva. Dalla nuova Outdoor Area, dedicata alla socialità e alla cultura della birra, alla Low & No Area per i prodotti analcolici e low alcohol; dal nuovo BCB Concept Store, che introduce una dimensione retail con la vendita di attrezzature e strumenti per l’hospitality, alla Tasting Room, dedicata alle esperienze e alle degustazioni curate dai brand.

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