Le devastazioni del ciclone Harry e le sfide per la ripartenza
ciclone Harry Faro Blu
Le mareggiate che hanno colpito Calabria, Sicilia e Sardegna hanno devastato lidi, bar e ristoranti sul mare. Ma oltre ai danni strutturali, le imprese del fuori casa costiero devono fare i conti con coperture assicurative parziali, incertezza sulle concessioni e ristori ancora limitati

Il ciclone mediterraneo “Harry” che si è abbattuto sul Sud Italia ha investito pesantemente le coste della Calabria ionica, della Sicilia ionica e della Sardegna Sud-Orientale. Le mareggiate, con onde alte fino a 10 metri, accompagnate da venti a 100 km/h e da piogge torrenziali, hanno devastato i litorali, causando gravi danni a infrastrutture, abitazioni e attività commerciali che sorgevano lungo la costa. Un colpo durissimo il ciclone lo ha inferto al comparto del fuori casa, che rappresenta uno dei motori principali dell’economia di queste aree, con locali, chioschi, lidi balneari e strutture turistiche totalmente o in gran parte distrutti.

Un caso emblematico della devastazione generata dal ciclone è quello del lido Faro Blu, a Sellia Marina, in provincia di Catanzaro, investito in pieno dalle onde, con oltre il 50% della struttura che non esiste più: «è stata letteralmente inghiottita dal mare – racconta Domenico Dragone, bartender e proprietario con la sua famiglia dello stabilimento -. Ora al suo posto c’è una voragine dell’ampiezza di diversi metri, mentre la parte restante è gravemente danneggiata».

Il Faro Blu

Realizzato negli anni Settanta, il locale è stato acquistato dai Dragone nel 1985 che da allora, con tanti investimenti e sacrifici, che ne hanno fatto un’attività stagionale multifunzionale. Aperto da aprile a fine settembre, oltre al lido con 160 ombrelloni, la struttura comprende ristorante e pizzeria, che nei mesi di punta arrivano fino a 500 coperti al giorno, e il bar, che è un po’ il cuore nevralgico dell’attività. «Siamo aperti dall’alba alla notte, coprendo tutti i momenti di consumo della giornata, dalla colazione al pranzo, dall’aperitivo al dopo cena con la proposta di cocktail – racconta Dragone -. Ma soprattutto, diamo diventati quasi un’istituzione qui a Sellia, il punto di ritrovo fisso sia per i residenti sia per i turisti che d’estate affollano la cittadina e che apprezzano i diversi servizi che offriamo, con il plus della vista spettacolare sul mare, che però si è rivelata il nostro tallone d’Achille».

Una piccola realtà familiare che con visione imprenditoriale è cresciuta nel tempo, occupando la scorsa estate 44 dipendenti. Un percorso che ora Harry rischia di interrompere. La conta dei danni è pesante, quantificandola a livello economico si parte almeno da 150.000 euro. Alla distruzione della struttura, inclusi i plinti di ancoraggio, va sommata quella delle attrezzature e impianti vari, difficilmente recuperabili. «Un calcolo che non tiene conto della perdita di altri elementi caratterizzanti del lido, come il palmeto – spiega Dragone -. È stato completamente inghiottito dal mare, che ha restituito solo due delle venti palme totali: le altre sono scomparse».

Determinati a ripartire

Lo shock della distruzione non ha però scalfito la determinazione dei Dragone che, aiutati dai dipendenti, si sono messi subito al lavoro, rimuovendo sabbia, acqua e detriti, mettendo in sicurezza quel che è rimasto della struttura e recuperando i materiali sparsi per la spiaggia. «Stiamo avendo un grande supporto dalla comunità di Sellia Marina, che si è stretta intorno a noi, con tante persone aiutano nelle operazioni – prosegue Dragone -. Adesso occorre rimuovere tutta la struttura, mettere in sicurezza l’area e poi installarne una nuova. Andiamo avanti con l’obiettivo di essere pronti per la prossima stagione, con un locale ancora più bello di prima». Per sostenere la ricostruzione i Dragone hanno lanciato anche una raccolta fondi, dal nome evocativo, Torna a splendere, Faro Blu, sulla piattaforma GoFundMe.

I nodi della ricostruzione

Ma il caso del Faro Blu è emblematico anche per le criticità che imprenditori e gestori che hanno avuto le loro attività distrutte dal ciclone Harry si trovano a fronteggiare e che ruotano intorno al problema del reperimento dei fondi, ma non solo.

Il primo nodo riguarda la copertura assicurativa. Il Faro Blu, come altre attività, ha sottoscritto la polizza catastrofale, diventata obbligatoria per le imprese italiane dallo scorso anno e per le micro o piccole imprese che gestiscono esercizi di somministrazione di alimenti e bevande o turistico-ricettive dal prossimo 31 marzo. «Il punto è che l’assicurazione standard non copre i danni provocati dal ciclone, perché le mareggiate non rientrano nelle definizioni di fenomeni catastrofali previste dalla normativa, quali inondazioni, alluvioni, sismi, frane, il che è assurdo», racconta Dragone.

C’è poi un’altra incognita: la direttiva Bolkestein. «I lidi balneari nel 2027 dovranno andare a gara per il rinnovo delle concessioni, senza che al momento ci siano regole e linee guida ben definite – prosegue l’imprenditore -. Investire senza garanzia di continuità e senza sapere che cosa accadrà fra due stagioni è una scelta difficile, ma è quella che abbiamo fatto».

Non a caso proprio su questi aspetti si sofferma la lettera inviata dalla Sib (Sindacato Italiano Balneari) al governo, dove a interventi urgenti di emergenza e ristori adeguati si aggiunge una ulteriore richiesta. «Da subito sono necessari due interventi normativi – ha dichiarato Antonio Capacchione, presidente Sib, in una nota dell’associazione che riassume il contenuto della missiva -: risolvere la questione Bolkestein e sospendere per le aziende danneggiate da mareggiate la norma che impone di tener conto della polizza catastrofale nell’erogazione dei benefici economici».

Fare presto

Riguardo ai ristori, l’auspicio è di fare presto per non compromettere la stagione estiva. Al momento il Consiglio dei ministri ha deliberato lo stato di emergenza nazionale e ha stanziato 100 milioni di euro in totale per le tre regioni a fronte di una prima stima dei danni che si aggira intorno ai 2 miliardi. «Non appena le tre Regioni avranno definito nel dettaglio l’entità dei danni e la priorità degli interventi, il governo adotterà un primo provvedimento interministeriale per consentire il ripristino e la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate, pubbliche e private – ha dichiarato il ministro della protezione civile, Nello Musumeci -. Attività che sarà coordinata dai rispettivi presidenti di Regione, nominati commissari delegati».

Intanto a muoversi sono le Regioni. Regione Siciliana ha approvato un bando con una dotazione finanziaria di 23 milioni, che sarà pubblicato nei prossimi giorni dall’assessorato alle attività produttive sul sito dell’Irfis, che prevede un contributo minimo di 5.000 euro a fondo perduto per riattivare le attività economiche colpite. I termini resteranno aperti per 30 giorni in modo per arrivare a una graduatoria a metà marzo e all’erogazione dei primi aiuti entro lo stesso mese. Il tutto con procedure semplificate: non serviranno Durc né certificazioni dell’Agenzia delle entrate, basterà una perizia giurata di un professionista e un’autocertificazione per accedere ai contributi.

Sempre in questo mese di febbraio, verranno attivati contributi a fondo perduto e finanziamenti agevolati a tasso zero, fino a 400.000 euro e primo pagamento delle rate dopo tre anni.

A provvedimenti simili stanno lavorando anche Calabria e Sardegna.

L’articolo Le devastazioni del ciclone Harry e le sfide per la ripartenza è un contenuto originale di bargiornale.

Marco Polo e Benjamin Franklin erano brand ambassador. Fine della storia!
brand ambassador

Il brand ambassador nasce molto prima del marketing. Nasce quando bere in pubblico diventa un atto sociale, politico, culturale. Quando il bicchiere smette di essere solo un contenitore e diventa un messaggio. Nessun badge, nessuna slide, nessun contratto, niente Kpi, tantomeno fogli di calcolo: solo reputazione. Alla corte di Re Carlo I, per esempio, il Cognac era linguaggio di potere. Non si beveva a caso, non si beveva con chiunque. La scelta della bevanda, la provenienza, il rituale del brindisi erano segnali. Il sovrano non promuoveva etichette, ma certificava comportamenti: e quei comportamenti, a cascata, diventavano modello. Un endorsement silenzioso; eppure, chiarissimo: “se si fa così qui, allora si fa così ovunque conti”.

Franklin, Polo, Hemingway: ambassador inconsapevoli

Un secolo dopo, Benjamin Franklin può essere considerato a tutti gli effetti un brand ambassador inconsapevole del rum. Nel XVIII secolo la sua passione per questo distillato, unita allo stile di vita e alla forte influenza pubblica, contribuì ad alimentarne la popolarità nelle colonie americane. Franklin non promuoveva il rum in modo diretto, ma lo legittimava attraverso l’esempio: frequentando taverne, circoli e salotti, trasformava il consumo in un gesto sociale autorevole. Ancora una volta, il valore non stava nella bevanda in sé, ma nell’associazione con una figura capace di rendere desiderabile ciò che beveva semplicemente bevendolo.

Marco Polo non faceva marketing, faceva viaggiare le cose prima ancora delle persone. Le raccontava, le rendeva vive, le faceva desiderare. Se oggi lo chiamiamo brand ambassador è solo perché non abbiamo un termine migliore per dire “uno che cambia il mondo raccontandolo”. Un brand ambassador senza brand, ma con un’enorme capacità di far desiderare. Roba da Milione.

Poi arriva l’Ottocento e qualcosa cambia: il racconto smette di dipendere solo dagli uomini e inizia a incarnarsi in un’identità riconoscibile. Negli anni ’80 e ’90 del Novecento, complice globalizzazione e la crescente competitività del mercato, il ruolo si consolida. Con Johnnie Walker e la campagna Keep Walking il marchio diventa persona, il logo cammina, il nome attraversa i confini. Non serve più il re, non serve più il politico, il sognatore e il viaggiatore: il brand stesso diventa narratore. È la modernità che entra nel bicchiere. E quando il Novecento prende velocità, ecco Ernest Hemingway: bastano una foto, una frase, una sosta al bancone giusto. Con un Daiquiri all’Avana – vero o mitizzato poco importa, perché è proprio questo il punto – Hemingway trasforma un drink, anzi due se si considera il Mojito de La Bodeguita del Medio, in un destino e un bar in un luogo di pellegrinaggio. Non è promozione: è leggenda. E la leggenda, si sa, è la più efficace forma di comunicazione.

Credibilità: vivere il prodotto

Tutti questi personaggi, così lontani tra loro per epoca, ruolo e destino, condividono un elemento chiave: la credibilità. Nessuno di loro “spingeva” un prodotto. Lo viveva. Beveva, parlava, lasciava fare al tempo. Ed è proprio da questa lezione storica – più culturale che commerciale – che prende avvio Dal Bar al Brand: come diventare un brand ambassador di successo, il manuale di Fabrizio Tacchi. Tacchi oggi è Spirits & Amaro Ambassador per Gruppo Caffo 1915, ma prima ancora è uno che il ruolo se l’è guadagnato camminandoci dentro.

brand ambassador Fabrizio Tacchi
Fabrizio Tacchi, Spirits & Amaro Ambassador per Gruppo Caffo 1915 e autore di Dal Bar al Brand

Un ex timido – sì, succede anche questo – un ex barman dai modi eleganti, che da oltre vent’anni fa il brand ambassador per aziende internazionali del mondo spirits. Una vita passata tra banconi e aule di formazione, banchi, palchi e retrobottega, chilometri accumulati, miglia aeree conservate come figurine, treni presi al volo e altri persi per un soffio. Nel suo testo – 170 pagine che non fanno rumore mentre scorrono – Tacchi non celebra il ruolo, non lo mitizza, non lo imbelletta: lo mette a fuoco. E lo fa pensando a chi sogna di diventare un viaggiatore del marchio, senza trasformarsi in un cartellone pubblicitario ambulante.

È infatti da una lunga genealogia di ambassador inconsapevoli – viaggiatori, intellettuali, uomini di potere e di racconto – che il libro prende davvero forma. Non come manuale motivazionale da comodino, ma come tentativo lucido di tradurre un ruolo antico in un mestiere contemporaneo (approfondimenti e informazioni sul volume sono disponibili sul sito dell’autore: www.fabriziotacchi.com).

Non megafono, ma interprete

Superata l’introduzione storica, il libro cambia passo ed entra nel vivo del lavoro quotidiano. Tacchi parla di identità professionale, di come costruirla senza finire intrappolati nella posa o nello slogan. Parla di comunicazione, di rapporto con i bartender e con il brand, di public speaking senza recitazione e di networking inteso per quello che dovrebbe essere: frequentazione reale, non una rubrica gonfia di nomi che non rispondono più.

Il punto, ribadito più volte, è semplice e spiazzante: un brand ambassador non è un megafono, è un interprete. Deve conoscere il prodotto, certo. Ma soprattutto deve saperlo tradurre in un linguaggio umano, credibile, condivisibile. Possibilmente senza urlare. Il tono è diretto, asciutto, spesso disincantato. Nessuna promessa di scorciatoie, nessuna retorica da palco con il sorriso incollato.

Tacchi racconta un mestiere fatto di studio, disciplina, ascolto e presenza costante. Un mestiere che non nasce oggi, ma affonda le radici proprio in quelle figure storiche che bevevano, parlavano e lasciavano il segno senza sapere di stare “rappresentando” qualcosa. Ed è qui che il libro trova il suo senso più attuale. In un mercato degli spirits saturo di messaggi, format ed eventi, la figura del brand ambassador torna paradossalmente alle origini. I brand cercano persone credibili, non amplificatori con la voce impostata. Professionisti capaci di stare nei bar prima che sui palchi, di ascoltare prima di parlare, di rappresentare una cultura prima ancora di un prodotto. La storia lo dimostra, e Tacchi lo ribadisce senza alzare il tono: la fiducia non si compra. Si frequenta. Meglio se con il bicchiere giusto.

L’articolo Marco Polo e Benjamin Franklin erano brand ambassador. Fine della storia! è un contenuto originale di bargiornale.